La Sovranità del Silicio

700 milioni. Il numero di download dei modelli Qwen di Alibaba Cloud, comunicato il 12 gennaio 2026, non è una metrica di successo. È un segnale. Un segnale che il controllo dell’infrastruttura computazionale, un tempo dominio quasi esclusivo dell’Occidente, si sta frammentando. Il dato, isolato, nasconde una complessità che non risiede nella popolarità di un software, ma nella rete di interdipendenze materiali che lo rendono possibile.

L’entusiasmo per Qwen maschera una verità pragmatica: l’accesso ai chip necessari per eseguirlo, per addestrarlo, per distribuirlo, è tutt’altro che equamente distribuito. L’articolo di *Reuters* del 10 marzo 2024, che evidenziava come le sanzioni statunitensi avrebbero limitato l’accesso cinese alle tecnologie di produzione di semiconduttori avanzate, non è un’anomalia. È una constatazione strutturale. La produzione di chip di ultima generazione, quelli che alimentano i modelli di intelligenza artificiale come Qwen, è concentrata in un numero limitato di stabilimenti, principalmente in Taiwan, Corea del Sud e, in misura minore, negli Stati Uniti. Questa concentrazione geografica non è il risultato di una scelta strategica, ma di decenni di investimenti massicci, di una specializzazione spinta e di un ecosistema di fornitori e competenze che si sono sviluppati in modo organico.

La decisione del Presidente Trump di richiedere la cessione di Greenland, apparentemente un atto di volontà politica, è in realtà un sintomo di questa stessa asimmetria. L’interesse non risiede tanto nel controllo del territorio in sé, quanto nella disponibilità di risorse critiche – terre rare, minerali strategici – necessarie per la produzione di semiconduttori. La capacità di estrarre e raffinare questi materiali, di costruire impianti di produzione avanzati, di gestire la catena di approvvigionamento globale è un potere che si traduce in influenza geopolitica. Il documento riservato del Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti del 2023, ripreso dal *Wall Street Journal*, che valutava il rischio di interruzione delle forniture di terre rare dalla Cina, non è una previsione pessimistica. È una constatazione di dipendenza.

Parallelamente, la decisione dell’India di rivedere la propria politica estera, come riportato da *The Hindu* il 15 dicembre 2025, è un riflesso di questa stessa realtà. L’India, potenza emergente con ambizioni globali, si trova a dover navigare in un panorama geopolitico in cui l’accesso alle tecnologie chiave è controllato da altri. La sua capacità di proiettare potere, di influenzare gli eventi, è vincolata alla sua dipendenza da fornitori esterni. L’articolo di *Bloomberg* del 5 gennaio 2026 che analizzava il costo crescente dell’energia in Europa, legato alla volatilità dei mercati dei combustibili fossili, non è una semplice notizia economica. È un’indicazione di come la dipendenza energetica possa essere una leva di pressione geopolitica.

L’innovazione tecnologica, come l’esercito di soldati-ingegneri che costruiscono droni sul campo di battaglia, come descritto nell’articolo del *New York Times* del 9 gennaio 2026, è una risposta a questa asimmetria. La decentralizzazione, l’adattabilità, la capacità di operare in ambienti ostili sono qualità che compensano la mancanza di risorse. Ma la capacità di innovare non elimina la dipendenza. Richiede comunque un accesso, seppur limitato, alle tecnologie di base. L’urgenza con cui l’Unione Europea si è impegnata a rafforzare la propria autonomia strategica nel settore dei semiconduttori, come delineato nel documento del Consiglio Europeo del 2024, non è un atto di orgoglio nazionale. È una risposta pragmatica a una vulnerabilità strutturale.

La frammentazione che emerge da questi segnali non è una competizione equa. Non si tratta di chi alza la voce più forte, ma di chi controlla l’interruttore. La sovranità non risiede nella capacità di dichiarare intenzioni, ma nella capacità di garantire l’accesso alle risorse, alle tecnologie, alle competenze necessarie per trasformarle in potere. Il dato dei download di Qwen, la richiesta di Greenland, la revisione della politica estera indiana, l’aumento dei costi energetici, l’innovazione tecnologica decentralizzata, l’impegno europeo per l’autonomia strategica sono tutti tasselli di un mosaico complesso che rivela un’asimmetria profonda: la capacità di definire le regole del gioco, di determinare cosa è possibile, è concentrata nelle mani di pochi. I modelli di intelligenza artificiale avanzano, le guerre si evolvono, le economie si trasformano, ma la vera battaglia si gioca a livello di nanometri, di gigawatt, di rotte commerciali, di tempi di consegna.

La cessione di Greenland, anche se non dovesse avvenire, rappresenterebbe un punto di non ritorno. Non perché significherebbe la conquista di un territorio, ma perché segnerebbe l’ammissione definitiva di una dipendenza strategica. La soglia è stata superata. Il futuro non sarà una competizione tra nazioni, ma una gestione delle dipendenze, un tentativo di mitigare i rischi, di trovare soluzioni alternative. La vera storia non è quella di chi lotta per il potere, ma quella di chi cerca di sopravvivere in un sistema in cui il controllo è concentrato nelle mani di pochi. E la lotta per la sopravvivenza è una lotta per la definizione stessa di ciò che è possibile.


Foto di Val Toch su Unsplash

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