Il 20 gennaio 2026, il prezzo del gas naturale all’Henry Hub ha superato i 7.80 dollari per milione di BTU, un picco non registrato da oltre un decennio. Questo dato, apparentemente tecnico, è il sintomo di un collasso sistemico innescato da una sequenza di eventi che rivela la fragilità della rete energetica americana e la crescente militarizzazione delle sue infrastrutture critiche.
Il vettore energetico
La crisi attuale non è una fluttuazione stagionale. È il risultato di un attacco coordinato contro la rete di oleodotti e gasdotti che attraversa il Midwest. Il 19 gennaio, un gruppo di attivisti, identificatisi come “Guardiani della Terra”, ha sabotato simultaneamente valvole di intercettazione su tre condotte principali: l’Enbridge Line 5 (Michigan), il Dakota Access Pipeline (North Dakota e Illinois) e il Rover Pipeline (Ohio e Pennsylvania). Le interruzioni, inizialmente descritte come “atti di protesta”, sono state rapidamente seguite da un’escalation di violenza. Il 22 gennaio, agenti dell’ICE hanno aperto il fuoco su manifestanti a Minneapolis, uccidendo Alex Jeffrey Pretti, un infermiere di 37 anni, mentre documentava l’arresto di un attivista. Questo incidente, il secondo in due settimane con esito mortale, ha portato all’attivazione della Guardia Nazionale del Minnesota e all’imposizione di un coprifuoco in diverse città.
Punto cieco
La narrazione dominante attribuisce la crisi a sabotaggi ambientali e disordini civili. Tuttavia, l’analisi dei dati rivela un quadro più complesso. Le condotte sabotate non sono obiettivi casuali. Rappresentano il nodo centrale del trasporto di idrocarburi dal bacino permiano del Texas verso i mercati del Nord Est e dell’Europa. La Line 5, in particolare, è cruciale per l’approvvigionamento di propano, essenziale per il riscaldamento domestico nel Midwest durante i mesi invernali. La scelta di questi obiettivi suggerisce una strategia mirata a destabilizzare il flusso energetico e a massimizzare l’impatto economico. L’uso di agenti ICE, invece della polizia locale, per gestire le proteste solleva interrogativi sulla natura dell’intervento federale. La militarizzazione della risposta suggerisce che l’amministrazione Trump considera la crisi non come un problema di ordine pubblico, ma come una minaccia alla sicurezza nazionale. Il silenzio sulla reale estensione dei danni alle condotte, e la mancanza di trasparenza sulle operazioni ICE, sono tattiche classiche per nascondere un’operazione più ampia.
La collisione tra realtà e retorica
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti ha dichiarato che la capacità di produzione nazionale è sufficiente a soddisfare la domanda. Questa affermazione è tecnicamente vera, ma ignora un fattore cruciale: la capacità di trasporto. L’America produce più energia di quanta ne consumi, ma la sua infrastruttura di oleodotti e gasdotti è insufficiente per distribuire efficacemente le risorse. La dipendenza dalla Line 5, in particolare, evidenzia questa vulnerabilità. La chiusura temporanea della condotta ha ridotto la capacità di trasporto di propano del 55%, creando una carenza artificiale e facendo impennare i prezzi. L’amministrazione Trump, impegnata parzialmente nella transizione verso le energie rinnovabili, ha evitato di affrontare direttamente la questione della dipendenza dai combustibili fossili, preferendo concentrarsi sulla repressione delle proteste e sulla protezione delle infrastrutture esistenti. Questa strategia, che privilegia la stabilità a breve termine rispetto alla sostenibilità a lungo termine, è destinata a esacerbare le tensioni sociali ed economiche.
La dottrina sotto stress
La teoria del “Rimland”, che sottolinea l’importanza del controllo delle zone costiere e delle regioni di transizione per la proiezione del potere, offre una lente utile per analizzare la crisi. Il Midwest, con la sua vasta rete di oleodotti e gasdotti, rappresenta un “Rimland” energetico cruciale per la sicurezza nazionale americana. Il sabotaggio delle condotte, e la successiva militarizzazione della risposta, suggeriscono che un attore esterno sta cercando di destabilizzare questa regione e di interrompere il flusso di energia verso l’Europa, sfruttando la dipendenza europea dal gas naturale americano. La Weaponized Interdependence di Farrell e Newman, che analizza come gli stati usino le interdipendenze economiche come arma, si adatta perfettamente a questo scenario. La crisi non è solo un problema interno, ma un campo di battaglia per la competizione geopolitica.
Logistica dei prossimi mesi
Nei prossimi tre mesi, la priorità sarà ripristinare la capacità di trasporto di propano e gas naturale. Questo richiederà ingenti investimenti in riparazioni e potenziamento delle infrastrutture. Tuttavia, la crescente opposizione pubblica ai combustibili fossili, e la mancanza di volontà politica di affrontare le cause profonde della crisi, potrebbero ostacolare questi sforzi. La carenza di propano, in particolare, potrebbe portare a interruzioni del riscaldamento domestico e a un aumento dei costi energetici per milioni di famiglie. La situazione potrebbe peggiorare con l’arrivo di un inverno particolarmente rigido.
La soglia irreversibile
La crisi attuale ha rivelato una soglia irreversibile: la perdita di fiducia nella capacità del governo americano di proteggere le sue infrastrutture critiche. La militarizzazione della risposta, e la mancanza di trasparenza sulle operazioni ICE, hanno eroso la fiducia pubblica nelle istituzioni. Se la crisi dovesse protrarsi, e se il governo non riuscisse a ripristinare la stabilità, la società americana potrebbe entrare in un circolo vizioso di violenza e disordini civili. La porta verso un nuovo modello energetico, basato sulla sostenibilità e sulla resilienza, si è chiusa, almeno per il momento. La domanda strategica che rimane è: quando la fragilità del sistema diventerà un collasso inarrestabile?
Foto di Sagar Bhujel su Unsplash
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