C’è un momento, nell’attesa di un tavolo al Pumpui, a Montreal, in cui il rumore del mondo svanisce. Non è un silenzio assoluto, ma la sospensione della necessità. La fretta, l’urgenza, i titoli di giornale: tutto si attenua dietro un vetro opalescente, come se filtrato da una membrana invisibile. È in questa rarefazione che emerge un’intensità nuova, un’attenzione più acuta al dettaglio, un’inclinazione verso il desiderio, non come richiesta, ma come stato d’essere.
Questo stesso silenzio, questa stessa rarefazione, la si ritrova, in maniera sorprendentemente parallela, nel mondo dell’alta enologia. Prendiamo San Guido, un Super Tuscan che, secondo il Power 100 2025, si è guadagnato un posto di rilievo, non solo per la sua qualità intrinseca, ma per la sua costanza, la sua affidabilità, la sua capacità di incarnare un ideale di prestigio enologico. Non si tratta, in questo caso, di un vino da bere, ma di un simbolo da possedere, una garanzia di status, una promessa di esclusività. La sua stessa rarità contribuisce a questo effetto di silenzio, di distanza, di inaccessibilità che lo rende, paradossalmente, più desiderabile.
Eppure, come può un vino, un ristorante, una candela, apparentemente così distanti tra loro, condividere un terreno comune? La risposta risiede nella loro capacità di generare un’atmosfera, di proiettare un’immagine, di creare un confine sociale. La candela, ad esempio, in Cento Raw Bar, non è semplicemente una fonte di luce, ma un elemento scenografico, un accessorio che enfatizza la freschezza degli ingredienti, la qualità del servizio, l’intimità dell’ambiente. La sua fiamma tremolante, la cera che lentamente scivola, creano un’illusione di movimento, un’esperienza sensoriale che trascende la semplice illuminazione. È un rituale silenzioso, una performance sottile che coinvolge il cliente in un gioco di percezione.
Il gesto di accendere una candela è un atto di controllo, una dichiarazione di intenzioni. Allo stesso modo, la scelta di un vino come San Guido è una decisione consapevole, un investimento in un’immagine, un’affermazione di appartenenza a un determinato gruppo sociale. Il ristorante Pumpui, con la sua fusione di poutine, piri-piri e vini naturali, crea un’esperienza culinaria unica, un’opportunità per sperimentare sapori nuovi, per scoprire tradizioni multiculturali, per allargare i propri orizzonti gastronomici. È un atto di ribellione, una sfida alle convenzioni, una ricerca di autenticità.
Il glamour, in questo contesto, non è un attributo intrinseco degli oggetti o dei servizi, ma un effetto collaterale, una conseguenza della loro capacità di evocare un’emozione, di suscitare un desiderio, di creare una distanza. È un dispositivo che opera a livello inconscio, influenzando la percezione, modificando il comportamento, plasmando le aspettative. Non si tratta di ciò che si possiede, ma di ciò che si proietta, di ciò che si comunica al mondo.
Consideriamo Yquem, un Bordeaux superiore, prodotto in quantità limitate e considerato un simbolo di eccellenza enologica. La sua rarità, la sua complessità aromatica, la sua storia secolare, contribuiscono a creare un’aura di mistero e di prestigio. Ma è la sua capacità di evocare un’immagine di raffinatezza, di lusso, di esclusività, che lo rende veramente desiderabile. È un oggetto di desiderio non tanto per il suo sapore, quanto per ciò che rappresenta, per l’identità che permette di incarnare.
Il silenzio, in definitiva, è l’elemento chiave. È il vuoto che si crea tra l’oggetto e il soggetto, la distanza che separa il desiderio dalla realizzazione, la tensione che alimenta il bisogno. È in questo silenzio che il glamour trova la sua massima espressione, come un’eco lontana, un sussurro inconfessabile, un’illusione irraggiungibile. E, forse, è proprio questa irraggiungibilità a renderlo così affascinante, così irresistibile, così profondamente umano.
Non si tratta di possedere un vino, di cenare in un ristorante, di accendere una candela. Si tratta di partecipare a un rituale, di entrare a far parte di un mondo, di sentirsi, anche solo per un istante, al di sopra del rumore, al di là del tempo, al di là del desiderio.
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