Energia Inutile

Il 27 gennaio, la pressione nel gasdotto Nord Stream 2 è scesa a zero. Non un’esplosione, non un sabotaggio clamoroso, ma un’emorragia silenziosa. Il gas, a -150 gradi Celsius, ha smesso di fluire. Un dettaglio tecnico che rivela una frattura profonda nel sistema energetico europeo, ben oltre le retoriche sulla transizione verde.

Il vettore energetico

Nord Stream 2, 1.224 km di tubazioni sottomarine, avrebbe dovuto raddoppiare la capacità di trasporto del gas russo verso l’Europa, bypassando l’Ucraina. Costruito per il 98% prima dell’invasione, è rimasto inattivo per motivi geopolitici. Ma la sua inoperatività, ora, non è più una scelta politica. La perdita di pressione indica una rottura fisica, una compromissione strutturale che richiede ispezioni approfondite (e costose). Ogni chilometro del gasdotto contiene circa 2.7 milioni di metri cubi di gas. La quantità di gas persa, anche se non immediatamente catastrofica, è un segnale di vulnerabilità sistemica. Le pompe di compressione di Portovaya, la stazione russa di partenza, sono ferme. Non perché manchi il gas, ma perché il gas non può essere spinto attraverso un condotto compromesso. La logistica del ripristino è complessa: navi specializzate, saldatori subacquei, test di pressione. Un’operazione che richiederà mesi, forse anni.

Mappa vs. Territorio

Mosca attribuisce la perdita di pressione a sabotaggi, puntando il dito contro l’Occidente. Berlino, che aveva inizialmente sospeso la certificazione del gasdotto, ora indaga. La retorica è polarizzata, ma i fatti materiali suggeriscono un’altra storia. La perdita di pressione è avvenuta in concomitanza con un picco di tensioni geopolitiche e un aumento vertiginoso dei prezzi del gas. La Russia, pur avendo ridotto le forniture attraverso altri gasdotti, continua a vendere gas all’Europa, anche se a prezzi elevati. L’interesse economico è ancora presente, ma la fiducia è erosa. Chi ha interesse a mantenere il gasdotto fuori uso? Non solo gli Stati Uniti, che vedono nel gas russo una minaccia alla loro egemonia energetica, ma anche l’Ucraina, che perde entrate di transito. La mappa politica è complessa, ma il territorio fisico è implacabile: un gasdotto rotto è un gasdotto rotto.

Weaponized Interdependence

La teoria della “interdipendenza weaponizzata”, teorizzata da Robert Keohane, prevede che gli Stati usino la loro dipendenza economica reciproca come leva politica. La Russia ha fatto proprio questo con il gas, creando una dipendenza europea che le ha permesso di esercitare pressione su Berlino e altre capitali. Ma la rottura del Nord Stream 2 dimostra i limiti di questa strategia. L’interdipendenza è un’arma a doppio taglio: se danneggia l’aggressore tanto quanto l’aggredito, perde la sua efficacia. La Russia, danneggiando il gasdotto, ha minato la sua credibilità come fornitore affidabile, spingendo l’Europa ad accelerare la diversificazione delle fonti energetiche. La dottrina classica dell’interdipendenza deve essere aggiornata: la dipendenza può essere un’arma, ma la vulnerabilità è un boomerang.

Logistica dei prossimi sei mesi

Nei prossimi sei mesi, l’Europa dovrà affrontare una crisi energetica senza precedenti. I prezzi del gas rimarranno alti, le scorte diminuiranno e la domanda supererà l’offerta. La Germania, in particolare, dovrà trovare alternative al gas russo, aumentando le importazioni di gas naturale liquefatto (GNL) dagli Stati Uniti e dal Qatar. Ma la capacità di rigassificazione europea è limitata. Il ripristino del Nord Stream 2 è improbabile nel breve termine. La priorità sarà garantire la sicurezza energetica, anche a costo di razionamenti e sacrifici economici.

Il Nord Stream 2 è diventato un monumento al fallimento della diplomazia energetica. Una porta si è chiusa per sempre, rivelando la fragilità del sistema globale. Quale nuovo equilibrio di potere emergerà dalle macerie?


Foto di Marek Piwnicki su Unsplash
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Fonti & Verifiche