Gas Giappone: crisi LNG e ritorno al carbone – +1.2 miliardi$

Il blocco del gas e la scelta di Tokyo

Il Giappone sta valutando di rimuovere il limite del 50% di utilizzo per le centrali a carbone, una misura che potrebbe ridurre il consumo di gas liquefatto di mezzo milione di tonnellate all’anno. L’iniziativa, annunciata dal ministero dell’Economia, è legata a una crisi di approvvigionamento che ha colpito il flusso di LNG dal Medio Oriente. Il paese importa circa 4 milioni di tonnellate di gas liquefatto annualmente da quella regione, con un’importanza strategica per il bilancio energetico nazionale. L’attuale situazione di tensione ha reso il gas un bene scarsamente disponibile, con prezzi in crescita e flussi interrotti.

Ne consegue che la decisione di Tokyo non è un semplice aggiustamento di politica energetica, ma una risposta operativa a un collasso infrastrutturale. La crisi è innescata dal blocco de facto dello Stretto di Hormuz, che ha reso impraticabile il transito di navi cariche di LNG. Questo ha forzato il governo a riconsiderare l’uso di fonti più inquinanti, nonostante l’impegno nazionale a ridurre le emissioni. Il dato di 4 milioni di tonnellate di LNG importate annualmente dal Medio Oriente non è un numero arbitrario: rappresenta il volume critico che, se interrotto, mette in pericolo la stabilità del sistema elettrico giapponese.

La catena del gas liquefatto e il nodo di Hormuz

Il flusso di gas liquefatto dal Medio Oriente verso il Giappone segue una rotta ben definita: partendo dai terminali di esportazione in Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti, le navi attraversano lo Stretto di Hormuz, poi il Mar Arabico e il Mar Cinese Meridionale, prima di raggiungere i terminali di rigassificazione giapponesi. Questo percorso è stato interrotto da attacchi coordinati a infrastrutture energetiche, con circa 40 asset colpiti nel Golfo Persico. Il blocco non è totale, ma sufficiente a creare un collo di bottiglia critico. La capacità di transito dello Stretto di Hormuz è di circa 20 milioni di barili al giorno, ma la sua chiusura parziale ha ridotto il flusso disponibile a meno della metà.

Le navi che trasportano LNG sono progettate per operare in condizioni di alta sicurezza e con tempi di risposta rapidi. Tuttavia, il riorientamento delle rotte richiede tempi di riparazione e riconfigurazione. Le alternative, come il passaggio attraverso il Capo di Buona Speranza, aumentano il tempo di viaggio di circa 15 giorni e il costo di trasporto di oltre il 30%. Inoltre, i terminali di rigassificazione giapponesi sono progettati per ricevere LNG da rotte specifiche, con capacità di stoccaggio limitata. Il tempo di riparazione di un impianto danneggiato è stimato in 60-90 giorni, un periodo troppo lungo per affrontare una crisi immediata.

Chi paga e chi guadagna nel nuovo equilibrio energetico

Le aziende energetiche giapponesi che operano centrali a carbone vedono un aumento della marginalità, poiché il carbone è attualmente più economico del gas liquefatto. Le società come JERA e Chubu Electric hanno già iniziato a pianificare l’aumento della produzione, con un potenziale incremento di ricavi stimato in 1,2 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2026. Al contrario, i produttori di LNG, come Shell e ExxonMobil, stanno subendo una riduzione della domanda, con contratti a termine in ritardo e prezzi in calo del 18% rispetto al mese precedente.

Il porto di Yokohama, principale terminal di rigassificazione del paese, ha registrato un calo del 40% nel traffico di navi LNG nei primi 10 giorni di aprile. Questo ha impattato negativamente i servizi logistici locali, con un aumento dei costi di manovra e stoccaggio. Le città costiere che dipendono dal trasporto di gas liquefatto, come Osaka e Nagoya, stanno affrontando un aumento dei costi energetici, con un impatto diretto sui consumatori industriali. Al contrario, le regioni con centrali a carbone, come Hokkaido e Kyushu, stanno vedendo un miglioramento della redditività operativa.

Chiusura: la nuova normalità energetica

La scelta del Giappone di riattivare il carbone non è un evento isolato, ma un segnale di una transizione forzata. Il sistema energetico globale è ora più vulnerabile a colli di bottiglia infrastrutturali che a fattori economici. Il prossimo passo sarà la verifica della capacità di stoccaggio dei terminali di rigassificazione e del tempo di riparazione delle infrastrutture danneggiate. Monitorare il traffico portuale di Yokohama e il prezzo del gas liquefatto a Singapore sarà cruciale per valutare se la crisi si risolverà o si trasformerà in una nuova normalità. La tensione tra sicurezza e sostenibilità non è più una questione di politica, ma un vincolo operativo che definisce il futuro del consumo energetico globale.


Foto di Quinten de Graaf su Unsplash
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